Dentro alle parole della politica con Gianfranco Pasquino

Antipolitica e astensionismo, Mattarellum Porcellum, Premierato e poteri forti, Tangentopoli e trasformismo.

Sono tante le espressioni con cui in questi anni di infinita transizione tra la Prima e la «non si sa bene quale» Repubblica i media hanno raccontato la politica italiana.

Il nuovo libro di Gianfranco Pasquino, Parole della politica, riprende e arricchisce un lavoro di inizio millennio (La transizione a parole, 2000), è di grande divertimento e di grande utilità.

In quel titolo originario c’era un gioco, per l’appunto, di parole. Di transizione da quella che definivamo la Prima Repubblica a un’altra indefinibile Repubblica parlavano in molti, a vanvera, con grande sciupio di aggettivi appioppati alla democrazia: maggioritaria, matura, compiuta, bipolare.

Nella pratica le proposte istituzionali ed elettorali avevano fondamenta fragili e inadeguate, senza nessun riferimento comparato. E dire che di transizioni importanti, a cominciare da quella dalla Quarta alla Quinta Repubblica in Francia, ce ne sono state.

Nessuna definizione, nessuna comparazione, nessuna lezione: solo parole, parole, parole, più qualche misfatto. La critica di alcune di quelle parole è tuttora necessaria: serve a illuminare i misfatti già fatti e a bollare le proposte di misfatti prossimi venturi.

Scorrendo l’indice troviamo parole che hanno il sapore di un passato che non passa (Mani pulite, Tangentopoli), parole più attuali oggi di allora (antipolitica, sovranismo), parole forse senza tempo (patria, scontro di civiltà): possiamo dire che la storia passa, mentre la politica no?

Il bello della politica e, naturalmente anche del suo studio, è che cambia e richiede adattamenti, flessibilità, originalità nelle modalità di definizione e di comprensione: le parole giuste.

La confusione giova soltanto ai manipolatori, a coloro che fanno abbinamenti fra fenomeni mal definiti, con obiettivi particolaristici di breve respiro.

Invece di abbinamenti più o meno appropriati, abbiamo bisogno di «distinguimenti» (decoupling). Il sovranismo è poco più di un nazionalismo riverniciato; l’antipolitica sta a destra e a sinistra, fa parte dell’autobiografia del paese a forma di stivale.

C’è una parola che oggi suona più grave che nel 2000: astensionismo. Qual è la sua causa principale? 

Comincio con il sottolineare che astenersi dal voto non è un diritto, da vantare e da esibire, e non è neppure da mettere sullo stesso piano del voto il cui esercizio, sta scritto nell’art. 48 della Costituzione, è un’opzione, una possibilità offerta dalle e nelle democrazie. Spesso i regimi non democratici obbligano ad andare alle urne.

Se parliamo di decisione consapevole e personale dovremmo abbandonare subito la spiegazione vaghissima e debolissima: il disagio. Nel libro elaboro tre motivazioni frequenti e diffuse dell’astensionismo: non voglio votare; non posso votare; nessuno me l’ha chiesto.

Qui mi limito ad aggiungere che l’astensionismo peggiore è quello di coloro che pensano di non avere bisogno di politica e che molti politici e commentatori sono coccodrilli: piangono sui voti non dati e non cercano nessuna soluzione.

L’espressione più attuale analizzata nel libro è «campo largo». Cosa manca oggi per realizzarlo?

Al «campo largo» manca tutto, tutto quello che qualsiasi studioso delle teorie delle coalizioni conosce, è in grado di suggerire, saprebbe indicare come applicare in pratica. La cultura politica dei proponenti è inadeguata, quando non del tutto assente. Nessuno di loro trae insegnamenti dalle molte comparazioni possibili.

Nessuno sembra rendersi conto che per costruire qualsiasi campo/coalizione bisogna fare i conti con gli assetti istituzionali e le regole elettorali. Fintantoché qualcuno non dirà alto e forte che l’operazione è velleitaria e suggerirà profonde correzioni, le opposizioni si beccheranno come i polli di Renzo (Renzi?).

Buona è quella legge elettorale che conferisce potere agli elettori. Due crocette sono meglio di una. Votare candidato e partito è meglio del voto che si trasferisce dall’uno all’altro. Le leggi che offrono la possibilità di un doppio turno di votazioni sono preferibili a quelle che contemplano un solo turno e un solo voto. Il doppio turno produce informazioni e opportunità politiche enormi per candidati, partiti, elettori. Può essere disegnato in maniera tale da risultare molto competitivo.

Ciò detto, sia la proporzionale personalizzata tedesca con la sua clausola anti-frammentazione del 5% per accedere al parlamento sia il doppio turno francese sono ottime leggi elettorali. Poi, a «fare bene all’Italia» toccherà agli elettori che voteranno «bene», informati, consapevoli, responsabili.


Cosa è la Patria? Se i partigiani che ricordiamo il 25 aprile si definivano patrioti, perché oggi questa parola è percepita come di destra?

Nel corso di un gradevole incontro con Cicerone gli ho comunicato di avere rovesciato la sua definizione di patria, dunque: ubi libertas ibi patria (dove c’è libertà c’è patria). Ne consegue che i patrioti sono coloro che si battono per la libertà.

I partigiani furono patrioti, sì, anche i comunisti, mentre i «ragazzi di Salò» volevano salvare un regime liberticida per di più facendosi servi del nazismo, totalitariamente liberticida.

I sedicenti patrioti italiani contemporanei sono dei nazionalisti che usano la patria a fini elettorali, per farsi belli e per criticare gli oppositori. Di recente ho scritto un articolo per la rivista «il Mulino» sul mio patriottismo che è, e non può non essere, europeismo.


Liberamente adattato dalla newsletter “in Macina” del periodico “il Mulino”. Per la versione completa, clicca qui.