10 Ott I quattro riformismi: uno per tutti, tutti per uno
L’eredità della convergenza storica dei “quattro riformismi” italiani (azionista, cattolico, comunista e liberal-socialista), ideologicamente divisi ma uniti dai valori della Costituzione
Se si guarda la realtà andando oltre la superficie delle cose, ci si accorge che le idee sono più intrecciate di quanto non si pensi. I “quattro riformismi” italiani non hanno tutti antenati comuni, ma lo sviluppo del dibattito politico e le circostanze storico-culturali li hanno portati a ragionare su categorie e traguardi tra loro vicini. Per tutto il Novecento la sinistra italiana ha discusso soprattutto sulle proprie differenze: azionisti, cattolici, comunisti, liberal-socialisti hanno costruito identità contrapposte. Poi è passata la storia, che ha fatto convergere culture che le ideologie avevano reso inconciliabili.
I “quattro riformismi” italiani sono oggi più vicini di quanto si possa pensare. Le loro convergenti indicazioni hanno dato corpo e vigore alla nostra società.
Che dire del Manifesto di Ventotene, che nel 1941, dall’isola del confino fascista, immaginava l’Europa unita? In quel documento si criticavano i centri di potere e i monopoli privati che avevano alimentato il nazionalismo economico e le guerre.
E che dire del Codice di Camaldoli del 1943, che gettò le basi del riconoscimento, da parte dei cattolici, della funzione sociale della proprietà privata in una società libera, preparando così l’economia mista del Dopoguerra? Cercarono e trovarono una via tra la libertà di iniziativa e la giustizia sociale. Lo Schema Vanoni e la Nota aggiuntiva di Ugo La Malfa mostrano che la grande politica, quando guarda al futuro, è fatta di ibridazioni.
E come giudicare il cammino del “partito nuovo” guidato da Palmiro Togliatti verso i ceti medi? Quella impostazione trovò una traduzione economico-sociale nel Piano del lavoro, elaborato da Giuseppe Di Vittorio per la Cgil.
Il comune denominatore tra i quattro riformismi non ha eliminato le forti contrapposizioni ideologico-programmatiche; ma la caduta delle ideologie, e il montare della marea demagogico-populista, fanno riemergere le originarie complementarità, più che le differenze.
La Costituzione repubblicana del 1948 è il punto in cui i quattro riformismi s’incontrano, senza annullarsi reciprocamente. Gli articoli 41, 42 e 43 definiscono un assetto in cui l’iniziativa economica privata, la funzione sociale della proprietà e l’intervento pubblico nei settori strategici convivono.
Di fronte alle grandi questioni di questa fase della storia, di che cosa c’è bisogno se non di governo delle complessità? L’accumulazione di grandi fortune libere di non contribuire dal punto di vista fiscale, i nuovi monopoli tecnologici, le invisibili schiavitù di un lavoro atomizzato: che cosa serve se non un’azione riformatrice? La cultura e la memoria dei quattro riformismi è ben conservata. Non per replicare, ma per trarne ispirazione.
I “quattro riformismi” non sono modelli da riprodurre, ma repertorio di problemi già affrontati e principi da rilanciare: la centralità del lavoro, la dignità della persona, la libertà e la solidarietà, il limite al potere economico concentrato. Non è nostalgia.
È arrivato il momento di liberare il riformismo dalle caricature, per recuperare l’idea che la libertà produce ricchezza, ma che una democrazia ha il dovere di governare quegli squilibri che mettono a rischio la società. È l’idea di un capitalismo ben temperato. È questo il terreno sul quale i “quattro riformismi” hanno finito per incontrarsi. E ogni incontro può essere un nuovo inizio.
Testo adattato, senza modifiche al contenuto originale, da un articolo di Roberto Petrini pubblicato sulla rivista il Mulino. Leggi la versione integrale qui. Crediti per l’immagine: Andrii Yalanskyi / Shutterstock.com