Aggiustamento senza austerità: il caso San Marino

Come superare tre crisi globali senza ricorrere all’austerità? La Repubblica di San Marino è riuscita attraverso occupazione pubblica, distribuzione della ricchezza e contenimento istituzionale del conflitto

Il copione dell’aggiustamento economico è noto: smantellare lo Stato sociale, liberalizzare il mercato del lavoro, scaricare il costo sulle famiglie. In gran parte del mondo occidentale, i cittadini hanno smesso di crederci; eppure nessuna alternativa credibile è emersa, perché pochissime democrazie hanno tentato una strada diversa. San Marino è tra queste.

La Repubblica di San Marino conta 32 mila abitanti. Ma i sistemi piccoli e aperti sono ambienti in cui i meccanismi causali operano con minor rumore di fondo. San Marino ha attraversato tre crisi in quindici anni preservando coesione sociale e legittimità democratica. Ignorare il caso di San Marino significa privarsi di informazioni utili proprio nel momento in cui le democrazie europee cercano alternative credibili all’austerità.

Ciò che distingue San Marino non è l’aver evitato questi shock, ma l’averli assorbiti senza spezzarsi. L’aggiustamento non è avvenuto tramite un’unica leva di politica economica, ma attraverso una riallocazione dell’attività produttiva.

Ben prima delle crisi, il Paese aveva costruito uno strato denso di manifattura e attività di servizio. La manifattura sammarinese ha continuato a rappresentare circa 1/3 del valore aggiunto nazionale. È stata questa capacità competitiva a impedire che il collasso del vecchio modello finanziario si traducesse in un declino economico permanente.

La piccola dimensione non comprime la produttività: la rafforza. La riallocazione settoriale è più rapida perché gli attori si conoscono. Tre caratteristiche strutturali si sono rivelate decisive: l’occupazione pubblica, la distribuzione della ricchezza e il contenimento istituzionale del conflitto.

San Marino ha mantenuto un settore pubblico ampio e ben retribuito, che ha funzionato da stabilizzatore macroeconomico. Il debito pubblico è stato trattato come strumento di stabilizzazione, non come sostituto delle riforme. La ricchezza a San Marino è meno concentrata che in molte economie avanzate. Le famiglie sono entrate nei periodi di stress con riserve patrimoniali reali, non con leva finanziaria. La mobilità del lavoro è stata gestita piuttosto che liberalizzata indiscriminatamente. Le tensioni distributive sono state negoziate all’interno di un denso sistema giuridico e politico. Il settore bancario è rimasto l’eccezione. La crisi del settore costituisce il limite più reale e irrisolto della transizione.

La lezione non è che San Marino abbia trovato una via indolore, ma che la distribuzione del dolore è una scelta politica, non una necessità tecnica. Quando i costi ricadono sulle famiglie, la legittimità democratica si erode. Quando vengono assorbiti collettivamente, viene preservata.

San Marino non offre un modello da copiare. San Marino dimostra che la seconda strada non è solo praticabile: funziona. La vera domanda è perché così poche democrazie abbiano scelto di provarci.

Testo adattato, preservando il testo originale da un articolo di Biagio Bossone dalla rivista “il Mulino”. Leggi qui la versione integrale.